Il Progetto

L’idea

Un laboratorio a puntate, dedicato a bambini e ragazzi, per imparare a raccontare storie, anche di fronte ad un pubblico. Partendo dalla lettura di un testo o, per i più piccoli, dal racconto orale e utilizzando linguaggi diversi e integrati, per potenziare al massimo l’espressività e il coinvolgimento dei destinatari, i partecipanti arrivano a mettere in scena la loro narrazione, costruita totalmente attraverso un continuo scambio di idee e di apporti provenienti da repertori vari, dalla musica alla grafica, al movimento corporeo, all’uso consapevole della voce.

Perché le storie sono belle, sarebbe un peccato tenerle solo per noi …

Le premesse pedagogiche

L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza, infatti ,si limita a tutto quello che noi conosciamo e capiamo ora, mentre l’immaginazione abbraccia l’intero mondo, e tutto ciò che mai ci sarà da conoscere e da capire.
Albert Einstein

La pratica dell’arte e in genere tutte le attività che si muovono dall’epicentro emozionale e creativo dell’intelligenza umana sono oggi sempre più riconosciute nel loro valore performativo e come presupposti basilari in un percorso di crescita armonica che inizia fin dai primi anni di infanzia e dovrebbe accompagnare la persona almeno nell’intera età scolastica.

E’ stato riconosciuto che l’arte, espressa nelle sue più svariate forme, crea un coinvolgimento totale dei sensi del bambino e, in seguito, dell’adolescente. Questa immersione rafforza non solo le sue capacità multisensoriali, ma tutte le competenze cognitive e socio-emozionali.

Il bambino abituato all’arte sarà pertanto agevolato nell’espressione di sé e avrà così maggiori probabilità di interagire creativamente con il mondo esterno.

E’ un pensiero che viene da lontano e trova le sue premesse nella ricerca di John Dewey, filosofo e pedagogista americano della prima metà del ‘900, che individua nell’arte il campo più idoneo per l’espressione dell’energia creativa infantile. Secondo Dewey il valore performativo dell’arte risiede nel superamento della contrapposizione tra ragione e sentimento e della convinzione che la creatività sia una prerogativa di pochi.

In Italia negli stessi anni Maria Montessori sviluppava le sue teorie pedagogiche e attribuiva all’esperienza sensoriale tipica dell’arte un ruolo essenziale per lo sviluppo delle potenzialità cognitive del bambino, che durante il lavoro creativo non fa altro che pensare con i propri sensi.

Ai giorni nostri, Erik Erikson partendo dalle nozioni di sviluppo cognitivo, emozionale, sociale e motorio, arriva a teorizzare la necessità di far sperimentare al bambino tutti questi ambiti perché sia un adulto sano, felice e produttivo.

Sulla stessa linea Elliot Eisner studioso del ruolo dell’arte all’interno dei percorsi educativi scolastici.

Entrambi concordano nell’attribuire all’arte, sul piano cognitivo, il compito di promuovere nel bambino la capacità di sviluppare più soluzioni ai problemi e di elaborare prospettive multiple per interpretare la realtà.

Sul piano emotivo, all’arte si assegna il ruolo di stimolo alla ricerca delle espressioni più adatte a esprimere il proprio mondo interiore; su quello relazionale, l’arte aiuta il bambino a comunicare la propria creatività mettendola in confronto con quella degli altri, con una conseguente crescita di consapevolezza e autostima.

In Italia gli studi sul tema rimandano a numerosi interventi di Benedetto Vertecchi, studioso di pedagogia sperimentale, e di Tullio De Mauro, professore di linguistica generale, i quali concordano nell’attribuire massima importanza al pensiero analogico come fondamento della creatività e dell’apprendimento nel bambino.

Si intende che i concetti di arte e creatività in questo ragionamento non sono da intendersi come chiavi riservate alla carriera di artista, ma costituiscono le premesse teoriche basilari di un nuova impostazione performativa capace di offrire ai bambini una strada di crescita armonica e aperta al mondo.

Le ragioni culturali

Il racconto delle storie rappresenta uno degli strumenti più collaudati e praticati per creare relazioni tra le persone, per mantenerle, per rinsaldarle. E’ importante raccontare le storie sentite da altri, o lette, o immaginate. E’ importante raccontare la nostra storia, è questa una strada preziosa per capire noi stessi oggettivando le vicende che ci hanno impegnato o in cui siamo coinvolti anche mentre narriamo.

Oggi è sempre più normale ascoltare o vedere una storia, senza intervenire, senza partecipare; tutto quello che ci circonda ci incoraggia alla passività, spesso nascosta sotto l’illusione dell’interattività. Il risultato è l’indifferenza, perché tutto rimane esterno e lontano, e l’abitudine a non essere protagonisti.

Tutto questo significa rinuncia alla partecipazione, quindi negazione della comunità.

Un atteggiamento di sconfitta che può essere contrastato e superato non tanto con le esortazioni o le condanne generiche, che non producono nessun effetto reale, quanto piuttosto attraverso una visione culturale che ne contenga gli antidoti e che avanzi proposte interessanti, che susciti curiosità alternative e inneschi processi mentali nuovi e conseguenti.

Se le storie sono buone strade per imparare a uscire dall’isolamento e dalla timidezza, insegnare a narrarle significa incoraggiare alla consapevolezza di sé e dell’altro, perché ogni racconto prevede l’impegno dell’autore e l’attenzione dei suoi destinatari.

Insegniamo e impariamo a raccontare e ad ascoltare storie: un obiettivo ambizioso ma ricco di ricadute sorprendenti come inedito motore di autostima.

L’aspetto ludico e il metodo

Perché la nostra narrazione svolga il suo importante compito di metterci in rapporto con gli altri occorre che si realizzi almeno una condizione: che gli altri vogliano conoscerla. E dipende da noi narratori se il nostro pubblico, piccolo o grande che sia, sarà incuriosito e attento. Tutti gli strumenti utili per valorizzarla devono essere conosciuti e messi in atto. Da qui, l’integrazione di lettura, musica, abilità grafica, movimento corporeo e vocale. Fino ad arrivare alla messa in scena. Perché il teatro è una forma semplice chiara ed emozionante per presentare agli altri la nostra storia.

Questa la sequenza metodologica: ascolto-imparo-rielaboro-trasformo